mamma roma
riguardo le fotografie per ricordarmi di essere stato veramente a roma pochi giorni fa. con tutto l’amore che ho per londra, e per milano anche, roma è la città più bella del mondo. torino pure non si è difesa male mentre la giravo in lungo e in largo con mio cugino tra il concerto dei franz ferdinand di venerdì e quello degli strokes sabato. dal centro tirato a lucido per le olimpiadi dell’inverno scorso fino ai grandi viali alberati cercavo di intravederne i tratti della sua vocazione operaia, della sua genuina diversità dalla fighettitudine di milano. nei rapporti umani più diretti e nelle cameriere gentili dei locali eleganti. forse era solo illusione.
il parco della pellerina è un luogo perfetto per un festival estivo, tanto verde, prati dove sdraiarsi, birre a prezzi quasi onesti. venerdì arrivo poco prima dell’inizio del set dei franz ferdinand. bellissimo palco, bellissime luci, impianto non altrettanto perfetto ma accettabile. gli scozzesi non deludono: diretti, sufficientemente potenti, suonano davanti a 10.000 persone come dovevano suonare davanti a 100 solo qualche tempo fa, sorridenti e senza pose. impossibile però non pensare che senza di loro poco sarebbe uguale nell’indie rock degli ultimi anni. i pezzi ci sono quasi tutti, primo e secondo album, tagliano giusto i lenti e inanellano i singoli che volenti o nolenti sappiamo a memoria e allora è solo riconoscere gli attacchi – take me out, the dark of the matinée, do you want to – e saltare e sorridere e cantare con loro.
il giorno dopo degli strokes vedo purtroppo solo gli ultimi pezzi; per colpa di mio cugino prima, dei parcheggi introvabili poi, arriviamo alla fine del regular set. nella pausa parte l’immancabile pooo-po-po-po-po-pooo-poo sulle note dei white stripes e il gruppo rientra improvvisando proprio le note di seven nation army. l’enorme coro del pubblico, più numeroso ancora della sera precedente, non chiede di meglio e sventolano le bandiere italiane. una manciata di secondi, poi ci sono 3 o 4 pezzi di encore. non ne riconosco nemmeno uno, ma tutto sommato piacevoli. casablancas se non vedo male indossa un giubbotto di pelle nonostante la temperatura decisamente estiva. peccato non essere arrivati prima.
dopo 3 ore scarse di sonno, domenica mattina sono di nuovo in stazione. l’eurostar ripassa rapidamente da milano e alle 9 parte in direzione roma. pranzo a termini con un panino autogrill (la cucina romana sarà la grande assente in questi due giorni) e poi itinerario uberturistico ma ugualmente emozionante in una magnifica giornata di luglio, chiacchierando con ambrosia su pregi e difetti della capitale. difetti che a dire il vero io non riuscivo a vedere perso ad ammirare la quantità spropositata di bellezza che questa città si è trovata in sorte. piazza di spagna-via del corso-pantheon-piazza navona-campo dei fiori-campidoglio-fori imperiali-colosseo, la vana ricerca di un bar-gelateria ed è tempo di dirigersi ad ostia per il terzo e ultimo concerto del weekend, quello di morrissey. alla stazione di ostia antica, mezz’ora di treno da roma, sembra già di essere al mare. l’albergo è fin troppo bello per le mie esigenze e mi sento quasi un consumato uomo d’affari invece che uno sfigato studente fuoricorso che viaggia a spese dei suoi genitori. appoggio lo zaino in camera e ci dirigiamo alla zona degli scavi. l’anfiteatro vecchio duemila anni si riempie per l’ennesima volta e io penso al numero infinito di artisti che hanno solcato quelle stesse identiche pietre, dai tempi dell’impero fino a – ahem – riccardo cocciante pochi giorni prima.
mentre il sole tramonta e io sono in coda per una birra inizia il set di kristeen young, duo voce (femminile) + batteria (maschile) con un’imprevedibilmente interessante miscela di white stripes e evanescence in salsa rock’n'roll newyorchese. al pubblico ormai al completo non interessa un granché ma loro suonano comunque 45 minuti buoni e io mi appunto mentalmente il nome e le persone a cui consigliarne l’ascolto (nax, ad esempio). verso le 22 arriva moz, esordisce con un “mamma roma!” ed è il colpo di pistola di un live straordinario, che va dritto alla vetta del migliore concerto visto quest’anno – superando quello tanto criticato nella blogosfera quanto da me molto apprezzato dei death cab for cutie qualche mese fa a milano. i primi 7-8 pezzi sono una scarica di adrenalina – moz in gran forma abbraccia anche un fan riuscito a superare la security, voce potente e intensa, una band impeccabile, acustica praticamente perfetta, volumi alti quanto basta e tutta quell’energia che manca negli ultimi dischi in studio di colpo ritrovata in un live rock, diretto, intenso – la magnifica location fa il resto. nella seconda parte si cala un po’ e tutti speravano in qualcosa di più di un unico bis (irish blood, english heart). rimane ugualmente il ricordo di una magnifica serata. vuoi vedere che, mentre rincorriamo da un blog all’altro l’ultimo meraviglioso debut album, per il titolo di concerto dell’anno non ci sia di meglio che affidarsi all’esperienza delle gloriose vecchiazze?