2
July 30th, 2006

fa un caldo da microonde

cazzo bugo. per fortuna che c’è bugo. per fortuna che c’è il circolo magnolia dove andare a sentirlo un sabato di fine luglio. all’aperto, con ancora il magnifico palco che fu del miami. con tanta tanta gente perché sissignori il magnolia ha osato e ha raccolto. cinque euro di ingresso, e fanculo alle discoteche con i cocktail a dieci euro giusto lì a fianco. poi tutti dicono l’indie ormai è diventato mainstream, ma la coda c’è al karma, mica al magnolia e bugo è passato su major ma non è ancora andato al festivalbar.

arrivo con molta calma alle 22:30, tempo di trovare qualche amico e inizia il gruppo di supporto. che non sapevo neanche ci fosse. sono i corni petar. il bassista, mi informa lorenzo, era negli shandon. si lasciano ascoltare anche se non riesco bene a capire dove vogliono andare a parare. hanno i ritornelli melodici con tre chitarre e la voce che spinge e sa un po’ di già sentito. poi ci mettono i passaggi strumentali con gli arpeggi dissonanti in odore post-rock. appena dici “beh però in questi pezzi hanno gusto” ti piazzano l’esplosione ora-spacchiamo-tutto e il riff tamarro. non capisco ma mi adeguo e rimango in vicinanza del palco fino all’ultimo pezzo.

bugo arriva quasi a mezzanotte, è più rilassato che al miami e molto meno scazzato di quando l’avevo visto a monza. la band è la stessa ma con una novità: dietro ai tamburi al posto del batterista dei lombroso c’è quello dei tre allegri ragazzi morti. ci scapperà anche un minuto di signorina primavolta. i pezzi sono quelli del nuovo album e poi diversi di golia e melchiorre, che puntualmente non riconosco. mi appunto una frase sul cellulare e ritrovo oggi su google che si trattava di spargimento di sangue, testo spettacolare dal quale è tratto anche il titolo di questo post. dal vivo bugo suona da musicista vero, ha ben poco di low-fi e quando fa un pezzo da solo con sintetizzatore e drum machine sembra davvero una versione più simpatica e cazzara di beck. anche i capelli sono praticamente quelli. c’è spazio anche per l’intermezzo acustico e per il bugatti serioso e intimista scoperto nell’ultimo disco che canta quando ti sei addormentata, fino al finale con ggeell:

dov’è finito il gel? (forza vieni giù)
dov’è finito il gel? (siamo in doppia fila)
dov’è finito il gel? (dai scendi)
dov’è finito il gel? (sbrigati)

cazzo bugo. per fortuna che c’è bugo.

9
July 29th, 2006

massimi sistemi

a cornate d’adda vicino alla vecchia centrale idrolettrica c’è un piccolo locale, poco più di un chiosco con dei tavolini fra grosse rocce, a due passi dal fiume. per raggiungerlo bisogna percorrere al buio più di un chilometro di strada sterrata, senza indicazioni. mercoledì sera io e mox eravamo lì perché dovevano suonarci gli ulan bator, ma il concerto è stato annullato per il cattivo tempo. allora abbiamo preso una birra ci siamo seduti e – mentre il dj metteva una playlist eclettica almeno quanto il posto con led zeppelin, supergrass, radiohead – abbiamo parlato di massimi sistemi. abbiamo parlato della nostra generazione che gira l’europa con i voli low cost. abbiamo parlato di un nostro compagno del liceo che non pensa ma fa, di valido che va a londra e di dietnam che lavora all’arena di verona. abbiamo parlato di come ormai venga naturale discutere indistintamente di vecchi amici e di persone che conosciamo solo per il fatto che leggiamo il loro blog. abbiamo parlato di mauro repetto e del video ritrovato su youtube in cui lui abbraccia max pezzali al concerto in piazza duomo. abbiamo parlato di troppe cose per scriverle tutte in un post, ma se ne fossi capace ne varrebbe la pena.

intanto luglio è agli sgoccioli ed è impietoso il paragone con luglio dello scorso anno. anche se questo mese è partito con un ottimo concerto per pochi intimi del nuovo gruppo di erlend øye alla feltrinelli, è proseguito con il primo mondiale vinto dall’italia dopo 24 anni, un weekend con bellissimi concerti a torino e roma, due feste nel magnifico terrazzo del compagno del liceo che non pensa ma fa. eppure, eppure non basta. ho provato a cercare un senso a questo luglio anche nella festa di laurea del katta ieri sera al fighettissimo karma. non l’ho trovato.

4
July 27th, 2006

l’indie-emo-rock blogger

ci vorrebbe ogni giorno qualche amico che si laurea – e questa settimana, per la verità, ce ne sono due – per evitare il rintronamento casalingo e uscire sfidando il caldo devastante. quando poi come ieri nella tesi ti dedicano cose di questo tipo, anche l’effetto depressione per i troppi esami che ancora mi mancano passa inevitabilmente in secondo piano. grazie katta.

2
July 26th, 2006

an adsl odissey: giorno 52

dopo quasi due mesi di attesa, il numero verde tiscali per la verifica dello stato di attivazione della mia linea adsl non dice più “la linea adsl indicata non è presente” ma “siamo lieti di informarla che la sua pratica adsl risulta regolarmente in lavorazione”. dite che è un buon segno?

5
July 21st, 2006

mamma roma

riguardo le fotografie per ricordarmi di essere stato veramente a roma pochi giorni fa. con tutto l’amore che ho per londra, e per milano anche, roma è la città più bella del mondo. torino pure non si è difesa male mentre la giravo in lungo e in largo con mio cugino tra il concerto dei franz ferdinand di venerdì e quello degli strokes sabato. dal centro tirato a lucido per le olimpiadi dell’inverno scorso fino ai grandi viali alberati cercavo di intravederne i tratti della sua vocazione operaia, della sua genuina diversità dalla fighettitudine di milano. nei rapporti umani più diretti e nelle cameriere gentili dei locali eleganti. forse era solo illusione.

il parco della pellerina è un luogo perfetto per un festival estivo, tanto verde, prati dove sdraiarsi, birre a prezzi quasi onesti. venerdì arrivo poco prima dell’inizio del set dei franz ferdinand. bellissimo palco, bellissime luci, impianto non altrettanto perfetto ma accettabile. gli scozzesi non deludono: diretti, sufficientemente potenti, suonano davanti a 10.000 persone come dovevano suonare davanti a 100 solo qualche tempo fa, sorridenti e senza pose. impossibile però non pensare che senza di loro poco sarebbe uguale nell’indie rock degli ultimi anni. i pezzi ci sono quasi tutti, primo e secondo album, tagliano giusto i lenti e inanellano i singoli che volenti o nolenti sappiamo a memoria e allora è solo riconoscere gli attacchi – take me out, the dark of the matinée, do you want to – e saltare e sorridere e cantare con loro.
il giorno dopo degli strokes vedo purtroppo solo gli ultimi pezzi; per colpa di mio cugino prima, dei parcheggi introvabili poi, arriviamo alla fine del regular set. nella pausa parte l’immancabile pooo-po-po-po-po-pooo-poo sulle note dei white stripes e il gruppo rientra improvvisando proprio le note di seven nation army. l’enorme coro del pubblico, più numeroso ancora della sera precedente, non chiede di meglio e sventolano le bandiere italiane. una manciata di secondi, poi ci sono 3 o 4 pezzi di encore. non ne riconosco nemmeno uno, ma tutto sommato piacevoli. casablancas se non vedo male indossa un giubbotto di pelle nonostante la temperatura decisamente estiva. peccato non essere arrivati prima.

dopo 3 ore scarse di sonno, domenica mattina sono di nuovo in stazione. l’eurostar ripassa rapidamente da milano e alle 9 parte in direzione roma. pranzo a termini con un panino autogrill (la cucina romana sarà la grande assente in questi due giorni) e poi itinerario uberturistico ma ugualmente emozionante in una magnifica giornata di luglio, chiacchierando con ambrosia su pregi e difetti della capitale. difetti che a dire il vero io non riuscivo a vedere perso ad ammirare la quantità spropositata di bellezza che questa città si è trovata in sorte. piazza di spagna-via del corso-pantheon-piazza navona-campo dei fiori-campidoglio-fori imperiali-colosseo, la vana ricerca di un bar-gelateria ed è tempo di dirigersi ad ostia per il terzo e ultimo concerto del weekend, quello di morrissey. alla stazione di ostia antica, mezz’ora di treno da roma, sembra già di essere al mare. l’albergo è fin troppo bello per le mie esigenze e mi sento quasi un consumato uomo d’affari invece che uno sfigato studente fuoricorso che viaggia a spese dei suoi genitori. appoggio lo zaino in camera e ci dirigiamo alla zona degli scavi. l’anfiteatro vecchio duemila anni si riempie per l’ennesima volta e io penso al numero infinito di artisti che hanno solcato quelle stesse identiche pietre, dai tempi dell’impero fino a – ahem – riccardo cocciante pochi giorni prima.

mentre il sole tramonta e io sono in coda per una birra inizia il set di kristeen young, duo voce (femminile) + batteria (maschile) con un’imprevedibilmente interessante miscela di white stripes e evanescence in salsa rock’n'roll newyorchese. al pubblico ormai al completo non interessa un granché ma loro suonano comunque 45 minuti buoni e io mi appunto mentalmente il nome e le persone a cui consigliarne l’ascolto (nax, ad esempio). verso le 22 arriva moz, esordisce con un “mamma roma!” ed è il colpo di pistola di un live straordinario, che va dritto alla vetta del migliore concerto visto quest’anno – superando quello tanto criticato nella blogosfera quanto da me molto apprezzato dei death cab for cutie qualche mese fa a milano. i primi 7-8 pezzi sono una scarica di adrenalina – moz in gran forma abbraccia anche un fan riuscito a superare la security, voce potente e intensa, una band impeccabile, acustica praticamente perfetta, volumi alti quanto basta e tutta quell’energia che manca negli ultimi dischi in studio di colpo ritrovata in un live rock, diretto, intenso – la magnifica location fa il resto. nella seconda parte si cala un po’ e tutti speravano in qualcosa di più di un unico bis (irish blood, english heart). rimane ugualmente il ricordo di una magnifica serata. vuoi vedere che, mentre rincorriamo da un blog all’altro l’ultimo meraviglioso debut album, per il titolo di concerto dell’anno non ci sia di meglio che affidarsi all’esperienza delle gloriose vecchiazze?