l’anno del gattopardo
quante cose sono cambiate per il sottoscritto in questo anno che va a concludersi: il trasloco a milano, il passaggio alla laurea triennale, l’uscita di giordano dai bios – solo per citarne tre delle più significative. ma mentre i cambiamenti mi passavano sopra io li guardavo da lontano come se non mi riguardassero, come se nulla potesse cambiare gli equilibri consolidati dei sogni nel cassetto, dei problemi irrisolti, delle montagne che per quanto uno cammini paiono sempre distanti, ma che non smettiamo di sperare un giorno facciano un passo verso di noi. soltanto in queste ultime settimane del 2006 alcuni segnali hanno cominciato a farmi pensare che uno spostamento prospetticamente invisibile ci sia però stato eccome, e al prossimo giro di giostra allungare la mano potrebbe stavolta bastare, per afferrare qualcosa.
intanto ci sono i dischi che ancora una volta hanno tenuto compagnia e hanno raccontato le nostre storie meglio delle parole che dentro la testa sgomitavano tra indirizzi di locali e liste della spesa. come l’anno scorso, ne ho scelti 5 italiani e 10 internazionali che, a mio gusto e opinione, avevano qualcosa in più degli altri (per i completisti, qui un po’ di voti a casaccio). la top ten internazionale è stata quanto mai ardua da compilare, sia per l’impressione di un anno più povero del solito di dischi veramente memorabili sia per la frammentazione di generi e proposte (ben riassunta su pitchfork nell’introduzione alla loro classifica) – un anno apparentemente indecifrabile e di transizione anche dal punto di vista musicale, dove tutto si è rimescolato senza ancora formare un nuovo quadro definito. ma vale la pena provare lo stesso a fermarne un’istantanea.
- i miei 5 dischi italiani dell’anno:
5. the phonograph / the phonograph
la brianza che stupisce. quella un po’ svedese, che si veste da h&m e i mobili li compra all’ikea. un portatile, una chitarra acustica, un paio di tastierine al posto giusto, una manciata di azzeccate melodie emo. perché oggi un bel disco lo si assembla anche in due, bastano un martello, un cacciavite – e fruity loops.
the phonograph / the monkey and the cat [mp3]
4. moltheni / toilette memoria
umberto giardini fa il cantautore da tempo. in questo disco canta di cose quotidiane col suo solito modo obliquo e disarmato, lo fa come sempre con passione e forse già questo basterebbe. in più riesce a suonare pop come nei suo primi dischi ma con lo stile della maturità, e trova un’ottima spalla nei magnifici suoni curati da giacomo fiorenza. il suo migliore album finora.
moltheni / l’età migliore [mp3]
3. julie’s haircut / after dark, my sweet
i julie’s ci avevano lasciato qualche anno fa con “adult situations” e con un pop che qualcuno aveva accusato di inconsistenza. qui li si era ascoltati con piacere e si attendeva il loro ritorno. che ha spiazzato tutti con un album prevalentemente strumentale, psichedelico, coraggioso. e quel gioiello di video retrogaming. applausi.
julie’s haircut / satan eats seitan [mov, 39mb]
2. micecars / i’m the creature
chi? i micecars? gli amici di colasanti? ma son bravi? ma che genere fanno? ma esce o non esce questo disco? poi un giorno ascolti un podcast e pensi “che pezzo della madonna ma chi è che sono questi?” – ecco, erano i micecars. indie rock e punto, pixies se volete un nome, ma questo disco merita. senza se e senza ma.
micecars / introducing the liquid pets [mp3]
1. non voglio che clara / non voglio che clara
l’album dei non voglio che clara è uscito a marzo e dopo il primo ascolto, al massimo il secondo, ho capito che non ce n’era per nessuno. un colpo da ko che in 10 tracce definisce lo stato dell’arte del cantautorato italiano anni 2000. senza neanche un ritornello dalla presa facile, citando tenco e suonando attualissimo, permettendosi anche di far cantare un pezzo a syria. disco italiano dell’anno, forse del decennio.
non voglio che clara – porno [mp3]
- i miei 10 dischi internazionali dell’anno:
10. arctic monkeys / whatever people say i am, that’s what i’m not
non pensavo mi sarei ritrovato a inserire le scimmie di sheffield nella mia classifica di fine anno. il loro album supercalcolato e iperpromosso ha finito per sancire la morte di un genere, consegnando alla cultura di massa un concentrato di libertines, franz ferdinand, strokes, tutto quel che aveva definito l’hype degli ultimi anni. come un succo di frutta pastorizzato, ma niente affatto cattivo.
arctic monkeys – mardy bum [mp3]
9. yeah yeah yeahs / show your bones
il terzetto di new york dopo il botto dell’esordio abbandona l’esuberanza punk e vira verso territori decisamente più pop. riempie meno i dancefloor ma le chitarre ci sono, le canzoni anche e vi dirò: a me piace più del precedente. il guitar rock più intelligente in circolazione.
yeah yeah yeahs – way out [mp3]
8. sparklehorse / dreamt for light years in the belly of a mountain
non conoscevo la storia degli sparklehorse e del loro leader mark linkous, arrivato a un passo dalla morte anni fa per un cocktail di alcol e antidepressivi, paralizzato per sei mesi e ritornato poi a suonare. questo disco è il primo dopo cinque anni di silenzio e sorprendentemente non suona affatto cupo, ma piuttosto psichedelico, poliedrico, ispirato, partorito nella pancia di una montagna. dalle parti degli eels, per fare l’unico nome che mi pare vagamente appropriato.
sparklehorse – shade and honey [mp3]
7. junior boys / so this is goodbye
inizialmente ero molto perplesso da questo combo elettronico canadese che suona come i postal service privati di tutto lo zucchero. poi l’ho ascoltato camminando di notte per milano e ho trovato la chiave: è un disco notturno, urbano, irrequieto. inadatto come sottofondo per le normali attività quotidiane, perfetto per descrivere il paesaggio metropolitano a colpi di beat e respiri rarefatti.
junior boys – count souvenirs [mp3]
6. electric president / s/t
se l’indie – dice qualcuno – è morto, neanche l’indietronica deve passarsela troppo bene. eppure questo debutto dello stralunato duo americano per la benemerita morr music, pur non dicendo nulla di veramente nuovo, a distanza di alcuni mesi dall’uscita si fa ancora (ri)ascoltare e canticchiare molto volentieri.
electric president – insomnia [mp3]
5. devics / push the heart
difficile parlare dell’ultimo disco dei devics senza cadere nei soliti cliché: la bellissima voce di sara lov, le atfmosfere raffinate del loro pop minimalista. ma il disco sta al di sopra, e la classe del duo losangelino innamorato dell’italia non tradisce. di più, continua a catturare.
devics – distant radio [mp3]
4. band of horses / everything all the time
probabilmente il miglior disco sub pop dell’anno. l’etichetta sinonimo di quell’indie rock chitarroso e malinconico sa ancora scovare gruppi capaci di aggiungere qualcosa a un genere dove sembra sempre che tutto sia stato ormai detto. dietro alle pieghe di melodie orecchiabili e di un suono potente ma calibrato, un talento forse ancora in fase crescente.
band of horses – the great salt lake [mp3]
3. the frames / the cost
dublino è una capitale europea ma mantiene ancora un’aria da piccola cittadina, i palazzi hanno dimensioni umane, dal centro si intravedono spiragli di campagna. allo stesso modo i the frames, che da dublino provengono, suonano un folk intimo e personale che sa però arricchirsi di una energia rock e di una scrittura di altissimo livello. difficile non innamorarsene. nota per i cinefili: il leader glen hansard era il chitarrista in the commitments.
the frames – bad bone [mp3]
2. the decemberists / the crane wife
l’inverno al quale i decemberists fanno riferimento nel loro nome non dev’essere quello delle serate davanti al caminetto, delle canzoni sussurate e malinconiche, di chi si ripara dalle intemperie. il loro inverno è di chi alza il bavero e affronta l’aria tagliente a passo deciso. le loro storie quelle dure ed epiche della guerra, dell’amore, della morte. la loro musica un indie pop drammatico e leggiadro allo stesso tempo, in questo disco splendido come non mai.
the decemberists – the crane wife 3 [mp3]
1. my latest novel / wolves
cinque scozzesi che io scambierei per canadesi, per le facce e per la musica. gli arcade fire sommati agli arab strap. archi e fiati che scavano per sottrazione, understatement folk di chi non alza mai la voce e ti fa sentire a tuo agio. una musica che proviene da un altrove lontano e familiare, una tana sicura, un giaciglio per i nostri sogni. a conti fatti, questo è il mio disco dell’anno.
my latest novel – the hope edition [mp3]
sui dischi italiani come hai visto straquoto, anch’io penso che il presente sia il migliore di Moltheni e pure un buffetto allo zio Tosh ci sta bene.
Sui dischi del mondo ci sto un po’ più assonnato, prendo atto del segno dei tempi: My Latest Novel accantonati troppo presto per la loro ‘colpa’ di essere usciti a gennaio, Colin Meloy aka Kolin Melloy ormai fa dischi in misura tale da perderne il conto, i Devics “cazzo perché non li ho messi?”, Electric Presidents e Junior Boys buoni ma non da top 10, Linkous a rigore ci dovrebbe sempre stare, gli arctic no per la madonna…
sui dischi del mondo la scelta è stata davvero ardua… e ho l’impressione guardando le altre classifiche che davvero ognuno sia andato a pescarsi dischettini che gli hanno detto qualcosa personalmente ma che difficilmente potevano assurgere a “dischi dell’anno” in senso più universale. non è uscito nulla in grado di mettere d’accordo neanche la già ristretta cerchia degli indiebloggers, nulla in grado di definire una nuova tendenza. l’unico che ci è andato vicino forse è quello dei tv on the radio, che però personalmente faccio un po’ fatica a digerire pur intuendone il valore.
discorso arctic monkeys: quando è uscito a gennaio ero sicuro che nel giro di 12 mesi sarebbero arrivati dischi capaci di batterli facilmente sul loro home ground. ma onestamente non ne ho visti, salvo forse i compaesani long blondes. e mi son ritrovato a pensare che se li ho ballati e canticchiati per tutto l’anno un po’ di sostanza dietro la fuffa c’era. un decimo posto politico.
sono d’accordo, i dischi di tanti sono frammentati, le chart di blow up e rockit lo provano. tv on the radio non fa per me, così come yeah yeah yeahs, a prescindere. io ‘non ballo’ ergo arctic monkey ho preferito giocarci a pallone
sempre massimo rispetto per chi ha affrontato i tackle del (ormai ex) bassista delle scimmie
cioè per il Boss, io ero in panca con Fiorio in quel momento a gridare parolacce venete