all you need is time
banale fare un post sulla mancanza di tempo dopo pochi giorni da lavoratore. ma l’argomento mi frulla in testa da molto prima, da 8 anni a dire il vero visto che il rapporto tra tempo oggettivo e tempo soggettivo era ciò di cui parlava la mia tesina di maturità. ora che ci penso non l’ho mai messa online – non vale nulla ma ci sono affezionato, quindi eccola in brillante formato pdf:
tempo e coscienza in bergson, svevo, joyce [pdf]
molto più difficile trovare della bibliografia sul rapporto tra il tempo e le nuove tecnologie, internet, i social networks, la generazione always on. la sensazione è che tutti facciamo finta sia un problema personale (non ho abbastanza tempo) ma è invece chiaramente un problema collettivo: non riusciamo già più a leggere tutte le parole e le immagini prodotte da quella piccola cerchia di persone che reputiamo amici, figuriamoci le altre. eppure nessuno sa come diavolo se ne esce e intanto continuiamo a fare sempre più cose, sempre più brevi (paradigmatico in questo senso twitter).
luca sofri ha scritto qualche settimana fa un post molto interessante:
“se prima un sacco di piccole cose uno le rimandava, e poi le dimenticava, e non moriva nessuno, adesso mi sembra di passare le mie giornate a fare solo cose da due minuti [...] quindi per combinare qualcosa di maggior respiro, forse bisognerebbe suggerire: qualsiasi cosa che richieda meno di due minuti, rimandala”
luca castelli sul mucchio di giugno firma invece un articolo dal titolo benvenuti nell’era dell’abbondanza:
le difficoltà contro cui doveva battersi un quindicenne del 1991 per completare le propria collezione di dischi degli u2 non avevano una valenza soltanto economica. il regime della scarsità aveva effetti diretti anche sulla concezione del tempo e dell’attenzione: maggiore era la fatica che facevi a mettere mano su qualcosa, maggiore erano il tempo e l’attenzione che poi vi avresti dedicato. [...] qui non si tratta solo di canzonette. è una parte ben più vasta e rilevante del nostro sistema che sta mutando in modo sconvolgente. siamo sempre stati abituati a pensare a un modello economico, culturale e sociale basato sulla scarsità del prodotto e sull’abbondanza del tempo. oggi, in diversi settori-chiave della nostra vita, è esattamente l’opposto: il prodotto-servizio abbonda, il tempo scarseggia.
su rumore è alberto campo a toccare il tema parlando dell’ormai famoso libro the long tail di chris anderson, ora tradotto anche in italiano:
di fronte a noi, attraverso la rete, si profila un mondo sempre meno modellato secondo gerarchie verticali, dunque – come suol dirsi – “orizzontalizzato”. e d’altra parte non più così dipendente dai tradizionali assetti geografici, vista la naturale dimensione planetaria della rete stessa. ma soprattutto straordinariamente ricco di contenuti, grazie alla capacità di stoccaggio virtualmente illimitata degil archivi digitali. da perderci la testa e la capacità di orizzontarsi, insomma.
ora scusate, ma questo post devo chiuderlo qui: per stasera non ho più tempo.