giorni veneziani

venezia for dummies

la mostra del cinema di venezia è un grande parco giochi. la gente si accalca per l’arrivo di george clooney quando basta lasciare la carta d’identità all’info point per avere un pass col quale arrivare dietro le transenne. nell’area della mostra ci sono due reti wifi a pagamento, l’abbonamento senza limiti per una costa 20 euro, per l’altra 500 euro, e il servizio è paragonabile. ogni due metri ti controllano il pass ma nessuno si accorge che il nome non corrisponde al tuo, e la foto non ti assomiglia minimamente. avere l’accredito non ti garantisce affatto di entrare alle proiezioni perché c’è sempre qualcuno con un accredito più importante. tutto italianissimo, tutto divertentissimo.

bianciardi!, di massimo coppola

il documentario di coppola sullo scrittore amato dai baustelle ha almeno due grossi meriti: il primo è la cura dell’aspetto visivo, che fa travalicare le immagini dal semplice racconto per utilizzarle esplicitamente come commento emozionale. merito di giovanni giommi, già responsabile dell’incredibile fotografia di avereventanni, che riesce a far parlare gli spazi, gli angoli di città, gli interni delle vecchie case; riempie lo schermo con un dettaglio e lo svuota con un campo lungo, dona umanità a particolari inanimati e statuarietà alle persone più semplici.

il secondo è che c’è poco di sterilmente celebrativo nei 60 minuti di bianciardi!, l’idea di intellettuale che emerge è quella di una persona che denunciando il capitalismo che esplodeva nell’italia del boom economico, si è ritrovato ricco borghese di successo. un intellettuale anarchico, radicale, eccessivo, come oggi è quasi inimmaginabile – e insieme un uomo contemporaneo che si ritrova a constatare la fine degli ideali rivoluzionari, diventando un tassello del puzzle che voleva distruggere. i riflettori che tributano il successo della sua vita agra gli stessi che ne avevano causato il parto.

il resto sono fotogrammi d’archivio montati con immagini seppiate della milano dei nostri giorni, un’insistenza particolare sulle geometrie dei grattacieli, come quel pirellone che bianciardi diceva di voler far saltare, forse un rimando visivo ai fotogrammi rallentati dell’11 settembre. le scene girate a rapallo, nei suoi tavolini pieni di vecchi e di tristezza oggi come allora. il precipitare nell’alcolismo vissuto nei racconti degli amici. per dei semi-esordienti come coppola e il socio alberto piccinini, cosceneggiatore e già coautore di brand:new e avereventanni, non è un risultato da poco.

it’s a free world…, di ken loach

presentato in concorso, it’s a free world è il solito film di ken loach. due ragazze inglesi alle prese con licenziamenti, lavori interinali e sottopagati – anche senza legge biagi – decidono di aprire un’agenzia per trovare impiego a extracomunitari prima regolari, poi anche no. il mondo d’oggi, signora mia, è una giungla e in fondo procurargli una paga da fame e senza garanzie è sempre meglio che lasciarli sulla strada; senza contare il fatto che pure noi laureati e titolari di cittadinanza veniamo trattati malino. il film, a dire il vero, è anche ben girato e mostra una situazione reale e meritevole di dibattito. di più, lo fa per una volta dalla parte degli sfruttatori e riesce a mostrarci 90 minuti di londra senza neanche un eco dei luccichii da turisti e fotografando la globalizzazione delle periferie urbane e delle baraccopoli, multietniche e indistinguibili. gli attori si dividono equamente tra credibili stranieri non professionisti e inglesi con meravigliosi accenti working-class (se potete, guardatelo in lingua originale).

il problema è che nella visione di loach anche i sequestratori di bambini non possono che essere in fondo delle brave persone. è il permesso di soggiorno, primo prodromo della borghesia, a fiaccare la coscienza e mettere in discussione la legge morale insita in ogni uomo. adesso ok, ken loach io me lo immagino uno che in macchina vicino al volante tiene la spillina con falce e martello, come il tassista bolognese che domenica sera mi ha portato in stazione. però questo modo buonista e semplificatorio di presentare i problemi sociali è sempre più inutilmente autoreferenziale e fa venire dei dubbi pure a me, che di solito considero i sudamericani che si ubriacano sotto casa mia come delle persone meravigliose.

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Posted: September 7, 2007 at 4:37 pm

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