7 giorni a Parigi
1. Montmartre. La prima tappa è subito il Sacré-Coeur, con la sua lunga scalinata simile a una versione in grande di Piazza di Spagna, anche qui per altro ci sono tizi che vendono braccialetti. In cima si vede tutta la città, bianca, piatta, grandissima; solo la Tour Eiffel e la Defense rimangono invisibili dietro gli alberi. Tutto attorno il quartiere di Picasso e Monet è poco più che un ricordo, cartolinizzato quanto Venezia ma nondimeno - ad avere i soldi - non sembrerebbe poi un brutto posto dove vivere. Se riuscite a trattenervi dal compiere una strage di turisti, si intende. Fa piacere vedere che il Deux Moulins di Amélie si è miracolosamente salvato e a parte qualche italiano (me compreso) che si ferma a fotografarlo è ancora un normale e tranquillo café che si mescola con gli altri della via.
2. Les Iles. Le due isole in mezzo alla Senna erano uno dei punti che più mi incuriosivano della topografia cittadina. Notre-Dame e le sue torri (la vista dalla cima vale la lunga fila), l’incredibile Sainte-Chapelle, le carceri della Rivoluzione, ma anche Paris-Plage - il lungo tratto di riva trasformato in spiaggia e luogo d’incontro - ne fanno in effetti un posto molto affascinante. “Au Lys d’Argent” prepara ottime crépes dolci e salate in un’atmosfera caratteristica ma ancora genuina. I gelati Berthillon invece, venduti a prezzi egualmente improponibili e in porzioni egualmente microscopiche da circa tutti i bar dell’Ile Saint Louis, sono la più classica delle tourist trap. Da tutt’altra parte, menzione per La Fleche d’Or, locale dove la sera mi godo - a ingresso gratuito - la validissima tripletta Menomena + Windsor for the Derby + Kid Francescoli.
3. Louvre. Uno dei musei più interessanti e ricchi che abbia avuto occasione di vedere, la fatica per girarlo (quasi) tutto supera anche quella della National Gallery un po’ di anni fa. Mi perdo affascinato a interpretare i geroglifici egizi e sono fottuto: era solo la prima sala. La Gioconda la vedo da una distanza improponibile stretto nella calca della tipica fauna qui presente: i Turisti Italiani Rompicoglioni (TIR, direbbe Severgnini). A proposito di musei, il giorno precedente tappa all’arte moderna del Centre Pompidou, dove apprezzo molto lo sforzo delle spiegazioni divulgative e accessibili. Il colorato ed ormai ex-futuristico edificio di Renzo Piano comincia a mostrare i suoi anni e avrebbe bisogno di una ripulita, ma rimane accogliente e razionale. Il giorno seguente, bocca aperta davanti agli impressionisti del Musée d’Orsay, nella magnificamente restaurata ex-stazione ferroviaria.
4. Caccia al Vélib. Bici pubbliche: l’idea che neanche nell’Emilia rossa avevano osato a Parigi è realtà e funziona benissimo. Rastrelliere a ogni angolo, abbonamenti economicissimi: 1 euro per un giorno, 5 euro una settimana, addebiti ulteriori solo se si usa la bici per più di mezz’ora consecutiva. Peccato che i punti Vélib+ non si trovino e le macchinette automatiche non ne vogliano sapere di accettare la mia carta di credito. Maledette. Non resta che accontentarsi del metrò e dirigersi alla Cité des Sciences, il museo della scienza più grande d’europa ubicato vicino al lago artificiale della Villette, nella parte nord della città. Una promettente sezione dovrebbe farmi finalmente capire la fisica quantistica ma dopo mezz’ora di video, schemi ed esempi decido che nella scatola di Schroedinger non c’è effettivamente alcun gatto, né vivo né morto, e torno al piano terra.
5. Tour Eiffel. La struttura in ferro è imponente ma estremamente aggraziata, esattamente come uno se la aspetta, e il panorama dalla cima è notevole, come salire su un’altalena fino a 309 metri di altezza. La città dall’alto è un immenso frattale, ripetizione infinita di un unico elemento base, più monotona di Londra o Berlino (anche se spesso in questa settimana mi ha ricordato un mix di entrambe) o forse solo più misteriosa e sfuggente. Pare in ogni caso che su quella balconata le proposte di matrimonio si contino sull’ordine delle due/tre all’ora, così nella lunga attesa per l’ascensore scatta la caccia ai papabili. Eccoli: coppia francese, sui trent’anni, mediamente eleganti, sguardo trasognato. Arrivati in cima lui ordina subito champagne per due. Che stile.
6. Eurodisney. La VHS dell’inaugurazione, trasmessa dalla RAI nel 1992, è rimasta per anni nella mia libreria senza che nessuno mai la guardasse. Come una versione ingrandita di Gardaland (che non ho mai amato) gioca il jolly dei personaggi Disney a ogni angolo (e continuo a pensare a Mauro Repetto). L’ottovolante di Indiana Jones lo faccio tutto ad occhi chiusi, sotto ci sono ovunque le musiche della mia infanzia diffuse nell’aria come gas ipnotico. Con la parata notturna aperta dallo spocchioso Topolino e dal ben più simpatico Pippo - praticamente una processione di santi per chi è nato nel 1980 - e i fuochi d’artificio sopra il castello della Bella Addormentata, mi arrendo, mi commuovo e compro una tazza di Cip & Ciop.
7. Belleville. Nelle vie deserte di questo quartiere multietnico reso celebre da Daniel Pennac (non che abbia mai letto nulla di suo, ma è un namedropping che fa comunque la sua figura) ho visto l’ombra della personalità sfuggente di questa città. Nel cous cous kasher, nel giardiniere africano che chiede alla signora cinese come sono andate le vacanze, nella vista dalla cima della collina senza l’affollamento di turisti di Montmartre, Parigi mi è parsa più concreta che altrove. Se in tutta la città capita di incontrare molti immigrati dall’aspetto integrato e perfettamente francese, a Belleville il melting pot è un angolo di mondo in divenire, un incredibile museo dell’oggi.
[Questo post è un riassunto di alcune delle cose viste in sette giorni. E’ solo un punto di vista personale e frammentario. Le omissioni potrebbero essere dimenticanze e le dimenticanze omissioni. I commenti sono benvenuti nei commenti. Le foto, prima o poi, su flickr.]

September 8th, 2008 at 11:42 am
Mi viene il vomito a pensare che sul corriere scrive gente come Alberoni…
Grazie negher!
vala
September 8th, 2008 at 5:05 pm
ti ringrazio del commento ma non pensare di cavartela con così poco, visto che ci hai vissuto voglio sentire un tuo parere critico sulla città e su quel che ho scritto. :)
September 8th, 2008 at 7:41 pm
Immagino che sul Montmartre ti sarai esibito in un remake situazionista del video di Stress dei Justice migliando a sberle un po’ tutti. O le hanno date a te?
September 17th, 2008 at 5:22 pm
sarcazzo, io visitai il louvre una prima domenica del mese (= gratuito), e la sala della Gioconda era mezza vuota…
September 18th, 2008 at 2:24 pm
dal libro che mi hai recuperato alla sormani:
“A sua volta, nel suo piccolo, il pennacchiano mito di Belleville sfida ed affronta a singolar tenzone la Parigi dei monumenti sacralizzati dal turismo, quella dei beaux quartiers scintillanti di ordinata ricchezza e dei grandi magazzini traboccanti di tentazioni d’ogni sorta. E’ un mito povero, recente e periferico, che per di più la speculazione edilizia trionfante ha privato di ogni fascino, di ogni aura; eppure sopravvive, non grazie a una qualità estetica che è andata persa definitivamente, ma grazie a un elemento etico e vitale, la solidarietà che unisce i bellevillesi al di là delle loro origini disparate, delle fedi religiose diverse, delle lingue e dei profumi diversi che si intrecciano - tra botteghe ebraiche, ristoranti cinesi e rosticcerie marocchine -, nell’atmosfera più babelica e molteplice che si possa immaginare.” (Anusca Ferrari, Paola Ghinelli. BELLEVILLE. L’altra Parigi di Daniel Pennac. Edizioni Unicopli, Milano, 2004)
October 24th, 2008 at 3:28 pm
Lodevole menzione a repetto. Il vala latita . He he!