Pensare con la testa degli altri
Ci chiediamo molto spesso perché ci piace questo o quel disco, questo o quell’altro libro, quali sono i suoi punti di forza, quali le derivazioni, i riferimenti, le peculiarità. Ma ci chiediamo perché ascoltiamo musica e leggiamo libri tout court? Qual è la magia comune e insondabile che ci spinge a consumare queste forme di arte? Nel giro dell’ultimo mese mi sono imbattuto in due risposte piuttosto illuminanti al riguardo. Sul Corriere di ieri Albergo Manguel dà questa bella interpretazione del potere della lettura:
Perfino quando siamo trasportati dalla corrente delle parole, quando ci lasciamo trascinare dal testo senza fermarci a chiederci dove stiamo andando, la lettura in sé, credo, stimola necessariamente il pensiero. Forse come una corrente nascosta, sottomarina, come nei sogni. Perché le parole chiamano, sollecitano parole. È questo che vorrei chiamare «pensare per citazioni», una forma particolare di pensiero nata dalla lettura. (qui l’articolo intero, leggibile gratuitamente solo per pochi giorni)
Su Rumore del mese scorso invece – all’interno di un lungo articolo sui Radiohead di Gianluigi Ricuperati – avevo trovato questo estratto di un articolo comparso sul magazine letterario n+1 dal titolo “Radiohead, or The Philosophy of Pop”. L’autore è tale Mark Grief:
Più cerco di stabilire perché la musica dei Radiohead funziona, e per esteso perché funziona tutto il pop, più mi appare evidente che l’effetto del pop sui nostri ideali e le nostre azioni non è assolutamente quello di avere un effetto. Io credo, piuttosto, che il pop ci permetta di conservare dentro di noi cose che abbiamo già pensato, senza aver necessariamente provato il bisogno di esprimerle, e di perservare certi sentimenti che siamo riusciti a penetrare solo in modo intermittente, e con forme diverse, come la musica mescolata alle parole, una forma in cui il lato razionale e quello emotivo sono meno divisi. Credo che le canzoni ci rendano più forti, ci permettano di lasciarci andare ad azioni particolari, anche se da una canzone non inizia mai nulla. E le singole canzoni, o i gruppi che ci piacciono, determinano gli ideali che siamo in grado di conservare e di fare rivivere, le azioni che possiamo preparare – e quali saranno le canzoni e i protagonisti che daranno forma alla nostra futura esperienza privata, dipende da un’alchimia tra il nostro vissuto e l’arte stessa. Il pop non è né uno specchio, né il test Rorschach, in cui possiamo guardare e vedere esclusivamente noi stessi; e non è nemmeno una lezione, una poesia interpretabile, o un semplice atto di comunicazione definitiva. Insegna qualcosa, ma solo stimolando e preservando cose che noi abbiamo già cominciato altrove. Oppure prepara il terreno a nuove scoperte che avverranno in quell’altrove – il più delle volte una conoscenza che non avremmo mai ‘raggiunto’ diversamente, a meno che non fosse stata narrata, e poi fatta rivivere più volte dentro di noi, tramite questo mezzo. (qui un altro estratto dell’articolo. se qualcuno ne trovasse la versione integrale mi farebbe un gradito favore)