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October 25th, 2008

Se fai un post a punti è per provare a recuperare un mese nel quale hai lavorato troppo

  • Sono stato al Milano Film Festival, quello che una volta ritenevo l’unico-evento-insieme-al-miami-per-cui-vale-la-pena-venire-a-milano. Ci sono stato di umore un po’ storto per via delle strane politiche sugli abbonamenti (meno chiare rispetto agli anni passati) e per l’irritante spot di presentazione che provava a convincermi che “all’estero lo conoscono tutti” (ma quando? ma dove?). Ho visto tre concerti e un solo lungometraggio in concorso, il pretenzioso ma pur sempre ben realizzato La sangre brota. In giro ho incontrato molti amici, diversi arrivati da fuori Milano, con la voglia di un appuntamento culturale degno di questo nome; meriterebbero un’organizzazione migliore, e meno supponenza.
  • Entrata di diritto nei miei cult, That’s Amore è la serie di Mtv in cui un tamarro italo-americano deve scegliere la ragazza della sua vita e davanti alla telecamera ci racconta i suoi sentimenti, con il cuore in mano e uno sfondo di prosciutti appesi al soffitto. Spoiler: il protagonista Domenico Nesci e la prescelta Megan, dopo il commovente romanticismo dell’ultima puntata, si sono già lasciati. Qui si possono vedere tutti gli episodi.
  • Sul Corriere di qualche settimana fa è comparso un lungo articolo a firma Jonathan Franzen che con tono personale e acuto descrive il generale declino del senso di riservatezza nel mondo occidentale, dalla bulimia di emozioni diffusa dalle tv dopo l’11 settembre ai “Ti amo” urlati in pubblico nel microfono di un telefonino. Qui la versione originale, ancora più estesa, pubblicata sulla Technology Review.
  • Molto più modestamente, ho scritto una dettagliata analisi dell’ultimo album degli Okkervil River per Indie for Bunnies. A parte il dibattito nei commenti sulla possibile mezza stellina mancante, è stato molto interessante prendersi il tempo di approfondire un disco e le sue tematiche come si faceva quando non esistevano banda larga e p2p. Sorpresa: anche negli anni 2000 i dischi hanno ancora molto da raccontare.
  • Il numero di settembre di Focus vince il premio divulgazione dell’anno con la meravigliosa copertina: “Sei finito su Internet! E parlano male di te”.
  • Pare che a Milano sia in procinto di partire un bike sharing sul modello di quello di Parigi di cui parlavo nel post precedente. Rastrelliere disposte in 100 punti in giro per la città e oltre 1000 biciclette a disposizione, prezzi molto economici a patto di usarle solo per brevi spostamenti (massimo mezz’ora) e riconsegnarle alla rastrelliera più vicina. Tutto molto bello, peccato che secondo Repubblica dovesse essere pronto per settembre e che il sito ufficiale sia ancora – ehm – incompleto.
  • Negli ultimi giorni sto seguendo – con zelo maggiore di quanto abbia seguito la crisi economica – la polemica scoppiata attorno a Carlo Pastore, al discutibile video che ha realizzato per Rockit, al suo lavoro a Mtv e al concetto di DIY. Intanto raggruppo i link rilevanti (1234567), poi se riesco a mettere insieme un’opinione sensata al proposito magari la scrivo in un altro post.
  • Ora torno a intristirmi con la vuotezza di contenuti di Veltroni che sta parlando al Circo Massimo: siamo un grande partito, Berlusconi è cattivo gnegne, i giovani non hanno un futuro blabla, zzz… (chiaramente neanche una proposta concreta)
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August 9th, 2008

Non ci sono più i giovani di una volta

Less a subculture, the hipster is a consumer group – using their capital to purchase empty authenticity and rebellion. [...] An amalgamation of its own history, the youth of the West are left with consuming cool rather that creating it.

Con la consueta brillantezza, AdBusters dedica il lungo e ottimamente scritto articolo di copertina alla hipster culture, presentandola come una pallida copia dei movimenti alternativi dei decenni passati. Forse troppo drastico nel demolire una generazione al confronto di quelle precedenti, l’analisi del fenomeno – la sua vacua autenticità, il rito delle foto dove ritrovarsi il giorno seguente – è lucidissima ed estremamente interessante.

(via Jukka)

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December 3rd, 2007

Pensare con la testa degli altri

Ci chiediamo molto spesso perché ci piace questo o quel disco, questo o quell’altro libro, quali sono i suoi punti di forza, quali le derivazioni, i riferimenti, le peculiarità. Ma ci chiediamo perché ascoltiamo musica e leggiamo libri tout court? Qual è la magia comune e insondabile che ci spinge a consumare queste forme di arte? Nel giro dell’ultimo mese mi sono imbattuto in due risposte piuttosto illuminanti al riguardo. Sul Corriere di ieri Albergo Manguel dà questa bella interpretazione del potere della lettura:

Perfino quando siamo trasportati dalla corrente delle parole, quando ci lasciamo trascinare dal testo senza fermarci a chiederci dove stiamo andando, la lettura in sé, credo, stimola necessariamente il pensiero. Forse come una corrente nascosta, sottomarina, come nei sogni. Perché le parole chiamano, sollecitano parole. È questo che vorrei chiamare «pensare per citazioni», una forma particolare di pensiero nata dalla lettura. (qui l’articolo intero, leggibile gratuitamente solo per pochi giorni)

Su Rumore del mese scorso invece – all’interno di un lungo articolo sui Radiohead di Gianluigi Ricuperati – avevo trovato questo estratto di un articolo comparso sul magazine letterario n+1 dal titolo “Radiohead, or The Philosophy of Pop”. L’autore è tale Mark Grief:

Più cerco di stabilire perché la musica dei Radiohead funziona, e per esteso perché funziona tutto il pop, più mi appare evidente che l’effetto del pop sui nostri ideali e le nostre azioni non è assolutamente quello di avere un effetto. Io credo, piuttosto, che il pop ci permetta di conservare dentro di noi cose che abbiamo già pensato, senza aver necessariamente provato il bisogno di esprimerle, e di perservare certi sentimenti che siamo riusciti a penetrare solo in modo intermittente, e con forme diverse, come la musica mescolata alle parole, una forma in cui il lato razionale e quello emotivo sono meno divisi. Credo che le canzoni ci rendano più forti, ci permettano di lasciarci andare ad azioni particolari, anche se da una canzone non inizia mai nulla. E le singole canzoni, o i gruppi che ci piacciono, determinano gli ideali che siamo in grado di conservare e di fare rivivere, le azioni che possiamo preparare – e quali saranno le canzoni e i protagonisti che daranno forma alla nostra futura esperienza privata, dipende da un’alchimia tra il nostro vissuto e l’arte stessa. Il pop non è né uno specchio, né il test Rorschach, in cui possiamo guardare e vedere esclusivamente noi stessi; e non è nemmeno una lezione, una poesia interpretabile, o un semplice atto di comunicazione definitiva. Insegna qualcosa, ma solo stimolando e preservando cose che noi abbiamo già cominciato altrove. Oppure prepara il terreno a nuove scoperte che avverranno in quell’altrove – il più delle volte una conoscenza che non avremmo mai ‘raggiunto’ diversamente, a meno che non fosse stata narrata, e poi fatta rivivere più volte dentro di noi, tramite questo mezzo. (qui un altro estratto dell’articolo. se qualcuno ne trovasse la versione integrale mi farebbe un gradito favore)