Less a subculture, the hipster is a consumer group – using their capital to purchase empty authenticity and rebellion. [...] An amalgamation of its own history, the youth of the West are left with consuming cool rather that creating it.
Con la consueta brillantezza, AdBusters dedica il lungo e ottimamente scritto articolo di copertina alla hipster culture, presentandola come una pallida copia dei movimenti alternativi dei decenni passati. Forse troppo drastico nel demolire una generazione al confronto di quelle precedenti, l’analisi del fenomeno – la sua vacua autenticità, il rito delle foto dove ritrovarsi il giorno seguente – è lucidissima ed estremamente interessante.
(via Jukka)
se il nome di yann arthus-bertrand non vi dice nulla, è il fotografo autore del progetto “la terra vista dal cielo”, una raccolta di immagini mozzafiato dei posti più belli del pianeta fotografati da un elicottero. le stampe in grande formato sono state esposte a lungo anche a milano in via dante e l’impatto dell’opera era notevole. le fotografie erano in fondo decisamente mainstream: il sogno segreto di ogni turista con digitalina al seguito, non di certo ardite sperimentazioni dell’arte visiva. eppure di fronte al risultato era impossibile rimanere indifferenti.
“6 miliardi di altri” è il nuovo progetto del fotografo francese ed è di nuovo in equilibrio tra banalità e perfezione, retorica ed emozione. brevi videointerviste realizzate da sei registi con gente comune di tutto il globo. una manciata di domande sempre uguali, semplici e difficilissime: senso della vita, gioia, sogni, amore, paure e così via.
Tutti hanno qualcosa di interessante da raccontare. Tutti hanno diritto ad esprimersi – persino quando non lo si sa [...] Abbiamo oggi a nostra disposizione dei mezzi di comunicazione straordinari [...] L’ironia è che allo stesso tempo conosciamo sempre poco i nostri vicini [...] Ormai abbiamo il dovere di occuparci gli uni degli altri, di aiutarci reciprocamente. E per fare ciò, occorre coabitare, parlarsi, smettere di avere paura.
così arthus-bertrand presenta il suo progetto. buonista? veltroniano? sì, certo. eppure non riesco a scollarmi dal sito e guardo ancora un altro gruppo di interviste.
migliaia di manifesti sono comparsi in città per ricordare la candidatura di milano a sede dell’expo 2015 e ad un certo punto ho intuito la domanda decisiva: cosa diavolo è l’expo? cerco su wikipedia e – scartate le improbabili opzioni di una rivista antifastista, un canale di shopping australiano, un tipo di pennarello – capisco che deve trattarsi dell’esposizione internazionale che si tiene dal milleottocentoqualcosa in diverse città del mondo, a scadenza piuttosto irregolare. il logo in effetti ha quel nonsoché di vetusto e polveroso, proprio di quelle cose sopravvissute per caso alla naturale evoluzione della specie. sul sito ufficiale dell’ente organizzatore e su quello che presenta la candidatura di milano – entrambi preoccupantemente arcaici – si trova qualche vago dettaglio in più, mentre wikipedia assicura che l’expo è il terzo più grande evento del globo dopo mondiali di calcio e olimpiadi.
l’ultimo expo tenutosi in europa è quello di hannover nel 2000, del quale io non ricordo assolutamente nulla, neanche un parente che ci fosse andato per sbaglio in vacanza. in germania probabilmente se lo ricordano meglio, visto che ha lasciato alcuni ruderi postmoderni come questo edificio e pare che a milano potrebbe succedere di peggio. un’esposizione internazionale ha ancora senso nel terzo millennio? la mia impressione è che la moratti abbia in mente un’enorme notte bianca lunga sei mesi: infiniti eventi di valore nullo, con cui si possono riempire cataloghi di mille pagine ma che in fondo non interessano a nessuno. eppure è bastata la visita in città degli ispettori internazionali che dovranno scegliere tra milano e la concorrente turca smirne a smuovere energie incredibili. sulle pagine cittadine del corriere ci tocca continuare a leggere articoli razzisti e snob degni di un giornaletto di provincia, ma guardandosi attorno si vedono decine di cantieri aperti, squadre di pulizia al lavoro giorno e notte, sinergie bipartisan comune-governo: cose turche, appunto. questo misterioso, probabilmente inutile, forse evitabile appuntamento è diventato l’unica possibilità di vedere completati nel giro di 8 anni – comunque il doppio del tempo che sarebbe necessario nel resto d’europa – alcuni lavori essenziali per la città come, giusto per dirne due, le nuove linee della metropolitana e la riqualificazione della zona di porta garibaldi (dove il progetto è al centro di numerose controversie, ma almeno dopo decenni si muove qualcosa). teniamoci l’expo allora, e incrociamo le dita.