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July 19th, 2010

rAnteo

Problema: siete a Milano e vorreste andare a vedere qualche film al cinema all’aperto, ma il programma in pdf è talmente scomodo da consultare che vi fa passare la voglia

Soluzione: la mia webapp user-friendly con la supercazzola, come se fosse antani. Gradite segnalazioni di bug, birre gratis, bonifici & cotillon.

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October 25th, 2008

Se fai un post a punti è per provare a recuperare un mese nel quale hai lavorato troppo

  • Sono stato al Milano Film Festival, quello che una volta ritenevo l’unico-evento-insieme-al-miami-per-cui-vale-la-pena-venire-a-milano. Ci sono stato di umore un po’ storto per via delle strane politiche sugli abbonamenti (meno chiare rispetto agli anni passati) e per l’irritante spot di presentazione che provava a convincermi che “all’estero lo conoscono tutti” (ma quando? ma dove?). Ho visto tre concerti e un solo lungometraggio in concorso, il pretenzioso ma pur sempre ben realizzato La sangre brota. In giro ho incontrato molti amici, diversi arrivati da fuori Milano, con la voglia di un appuntamento culturale degno di questo nome; meriterebbero un’organizzazione migliore, e meno supponenza.
  • Entrata di diritto nei miei cult, That’s Amore è la serie di Mtv in cui un tamarro italo-americano deve scegliere la ragazza della sua vita e davanti alla telecamera ci racconta i suoi sentimenti, con il cuore in mano e uno sfondo di prosciutti appesi al soffitto. Spoiler: il protagonista Domenico Nesci e la prescelta Megan, dopo il commovente romanticismo dell’ultima puntata, si sono già lasciati. Qui si possono vedere tutti gli episodi.
  • Sul Corriere di qualche settimana fa è comparso un lungo articolo a firma Jonathan Franzen che con tono personale e acuto descrive il generale declino del senso di riservatezza nel mondo occidentale, dalla bulimia di emozioni diffusa dalle tv dopo l’11 settembre ai “Ti amo” urlati in pubblico nel microfono di un telefonino. Qui la versione originale, ancora più estesa, pubblicata sulla Technology Review.
  • Molto più modestamente, ho scritto una dettagliata analisi dell’ultimo album degli Okkervil River per Indie for Bunnies. A parte il dibattito nei commenti sulla possibile mezza stellina mancante, è stato molto interessante prendersi il tempo di approfondire un disco e le sue tematiche come si faceva quando non esistevano banda larga e p2p. Sorpresa: anche negli anni 2000 i dischi hanno ancora molto da raccontare.
  • Il numero di settembre di Focus vince il premio divulgazione dell’anno con la meravigliosa copertina: “Sei finito su Internet! E parlano male di te”.
  • Pare che a Milano sia in procinto di partire un bike sharing sul modello di quello di Parigi di cui parlavo nel post precedente. Rastrelliere disposte in 100 punti in giro per la città e oltre 1000 biciclette a disposizione, prezzi molto economici a patto di usarle solo per brevi spostamenti (massimo mezz’ora) e riconsegnarle alla rastrelliera più vicina. Tutto molto bello, peccato che secondo Repubblica dovesse essere pronto per settembre e che il sito ufficiale sia ancora – ehm – incompleto.
  • Negli ultimi giorni sto seguendo – con zelo maggiore di quanto abbia seguito la crisi economica – la polemica scoppiata attorno a Carlo Pastore, al discutibile video che ha realizzato per Rockit, al suo lavoro a Mtv e al concetto di DIY. Intanto raggruppo i link rilevanti (1234567), poi se riesco a mettere insieme un’opinione sensata al proposito magari la scrivo in un altro post.
  • Ora torno a intristirmi con la vuotezza di contenuti di Veltroni che sta parlando al Circo Massimo: siamo un grande partito, Berlusconi è cattivo gnegne, i giovani non hanno un futuro blabla, zzz… (chiaramente neanche una proposta concreta)
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September 7th, 2007

giorni veneziani

venezia for dummies

la mostra del cinema di venezia è un grande parco giochi. la gente si accalca per l’arrivo di george clooney quando basta lasciare la carta d’identità all’info point per avere un pass col quale arrivare dietro le transenne. nell’area della mostra ci sono due reti wifi a pagamento, l’abbonamento senza limiti per una costa 20 euro, per l’altra 500 euro, e il servizio è paragonabile. ogni due metri ti controllano il pass ma nessuno si accorge che il nome non corrisponde al tuo, e la foto non ti assomiglia minimamente. avere l’accredito non ti garantisce affatto di entrare alle proiezioni perché c’è sempre qualcuno con un accredito più importante. tutto italianissimo, tutto divertentissimo.

bianciardi!, di massimo coppola

il documentario di coppola sullo scrittore amato dai baustelle ha almeno due grossi meriti: il primo è la cura dell’aspetto visivo, che fa travalicare le immagini dal semplice racconto per utilizzarle esplicitamente come commento emozionale. merito di giovanni giommi, già responsabile dell’incredibile fotografia di avereventanni, che riesce a far parlare gli spazi, gli angoli di città, gli interni delle vecchie case; riempie lo schermo con un dettaglio e lo svuota con un campo lungo, dona umanità a particolari inanimati e statuarietà alle persone più semplici.

il secondo è che c’è poco di sterilmente celebrativo nei 60 minuti di bianciardi!, l’idea di intellettuale che emerge è quella di una persona che denunciando il capitalismo che esplodeva nell’italia del boom economico, si è ritrovato ricco borghese di successo. un intellettuale anarchico, radicale, eccessivo, come oggi è quasi inimmaginabile – e insieme un uomo contemporaneo che si ritrova a constatare la fine degli ideali rivoluzionari, diventando un tassello del puzzle che voleva distruggere. i riflettori che tributano il successo della sua vita agra gli stessi che ne avevano causato il parto.

il resto sono fotogrammi d’archivio montati con immagini seppiate della milano dei nostri giorni, un’insistenza particolare sulle geometrie dei grattacieli, come quel pirellone che bianciardi diceva di voler far saltare, forse un rimando visivo ai fotogrammi rallentati dell’11 settembre. le scene girate a rapallo, nei suoi tavolini pieni di vecchi e di tristezza oggi come allora. il precipitare nell’alcolismo vissuto nei racconti degli amici. per dei semi-esordienti come coppola e il socio alberto piccinini, cosceneggiatore e già coautore di brand:new e avereventanni, non è un risultato da poco.

it’s a free world…, di ken loach

presentato in concorso, it’s a free world è il solito film di ken loach. due ragazze inglesi alle prese con licenziamenti, lavori interinali e sottopagati – anche senza legge biagi – decidono di aprire un’agenzia per trovare impiego a extracomunitari prima regolari, poi anche no. il mondo d’oggi, signora mia, è una giungla e in fondo procurargli una paga da fame e senza garanzie è sempre meglio che lasciarli sulla strada; senza contare il fatto che pure noi laureati e titolari di cittadinanza veniamo trattati malino. il film, a dire il vero, è anche ben girato e mostra una situazione reale e meritevole di dibattito. di più, lo fa per una volta dalla parte degli sfruttatori e riesce a mostrarci 90 minuti di londra senza neanche un eco dei luccichii da turisti e fotografando la globalizzazione delle periferie urbane e delle baraccopoli, multietniche e indistinguibili. gli attori si dividono equamente tra credibili stranieri non professionisti e inglesi con meravigliosi accenti working-class (se potete, guardatelo in lingua originale).

il problema è che nella visione di loach anche i sequestratori di bambini non possono che essere in fondo delle brave persone. è il permesso di soggiorno, primo prodromo della borghesia, a fiaccare la coscienza e mettere in discussione la legge morale insita in ogni uomo. adesso ok, ken loach io me lo immagino uno che in macchina vicino al volante tiene la spillina con falce e martello, come il tassista bolognese che domenica sera mi ha portato in stazione. però questo modo buonista e semplificatorio di presentare i problemi sociali è sempre più inutilmente autoreferenziale e fa venire dei dubbi pure a me, che di solito considero i sudamericani che si ubriacano sotto casa mia come delle persone meravigliose.

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May 1st, 2007

la coscienza dell’europa

in questo periodo di crisi del progetto di unificazione europea, c’è bisogno di film come le vite degli altri. l’esordiente tedesco florian henckel von donnersmarck ci riporta a berlino est negli anni a cavallo della caduta del muro, quel 1989 così cruciale per l’europa già raccontato con piglio e intelligenza in good bye, lenin! eppure ancora lontano da entrare veramente nella coscienza collettiva.

le vite degli altri tralascia ogni tentazione di compiacimenti cinefili, mira diritto a diventare un classico e – oggettivamente – ci riesce. con recitazioni di altissimo livello, una regia teutonica e solidissima, una luce livida e slavata come il giallino delle vecchie automobili sovietiche, come il colore di un socialismo invecchiato e orfano di ogni bellezza, nella algida perfezione di interni funzionali e senz’anima contrapposti agli spiriti sinceri e compassionevoli di un gruppo di artisti sul filo del rasoio tra denuncia e censura, tra coraggio e realpolitik.

mentre la ddr è a pochi anni dalla sua fine, spossata e corrotta ma ancora possente e minacciosa, un funzionario della stasi viene incaricato di controllare un giovane scrittore apparentemente irreprensibile, ma pur sempre potenzialmente sovversivo. per entrambi, spiato e spione, verrà il momento delle scelte coraggiose e inevitabili dove la coscienza avrà il sopravvento sulla paura, l’umanità sull’ideologia.

disilluso sull’amore, sul potere, sulla politica, le vite degli altri è un’apologia dell’arte che non si fa sottomettere e può, anzi deve, continuare a salvare il mondo; è un invito a credere sempre nella forza della coscienza dei singoli contro la deriva dei governi e dei partiti. forse l’unica possibile radice su cui fondare un intero continente.

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January 27th, 2007

je me suis levé bien tard, ce matin

mi spiazza sempre il fatto che contrariamente alle statistiche i giorni più freddi dell’inverno da queste parti arrivino sempre verso febbraio. forse è per questo che sento il bisogno di trovare un nuovo evento a sancire il vero inizio dell’anno, ad accompagnare il gelo e la neve che a natale a milano non si fanno più vedere. avevo puntato molte carte sull’uscita dell’attesissimo nuovo film di michel gondry, la science des rêves, e sul parallelismo con quando a inizio 2005 eternal sunshine of the spotless mind aveva segnato l’apertura di un anno ricco di incontri, viaggi ed emozioni. la nuova opera del regista francese, la sua prima ambientata in madrepatria – di più, girata nella casa dove abitava a vent’anni – è bellissima, diciamolo subito. a mio parere ancor meglio della precedente, anche se così diversa da rendere difficile ogni paragone. la potenza immaginifica visiva stavolta coniugata con effetti speciali low-fi, sogni di stoffa e cartone, e una parigi magica quanto quella di amélie e insieme neorealista come potrebbero riprenderla i fratelli dardenne.

uscito dalla sala martedì scorso in un piovoso pomeriggio milanese l’impressione era però che invece di anticiparmi qualcosa dei mesi che ho davanti la science des rêves mi avesse raccontato in maniera quasi inequivocabile gli ultimi due o tre anni della mia vita. le persone, le scoperte, i progetti, i successi e i fallimenti, le sorprese e le delusioni. poi quattro giorni dopo, in un sabato sera in cui è bello starsene in casa e andare a letto presto, non ho più alcun dubbio sul fatto che è in quello che mi è sfuggito del film, nelle cose che non mi quadrano e nelle scene che ritornano in mente, lì c’è quello che mi aspetta. non un oroscopo ma un auspicio di sogni da inseguire.

dick annegarn – coutances (the science of sleep ost) [mp3]