Viale Monza
Ho passato da poco la fermata di Pasteur quando sento la prima goccia. Alzo lo sguardo ma non ci sono balconi da cui possa essere caduta, dopo qualche secondo un’altra e un’altra ancora, quasi piacevoli col caldo di questi giorni. Aspetto un po’ prima di guardare in controluce attraverso viale Monza e vedere che la pioggia è più fitta di quel che sembrava, scende lievemente obliqua e costante sotto la luce dei lampioni, a maculare i cofani neri delle auto parcheggiate di traverso sul marciapiede. Il pianoforte di Hauschka scandisce i passi nelle note gravi e le gocce d’acqua in quelle acute, qualcosa infilato tra le corde e i martelletti ronza misterioso come le sporadiche luci accese nelle case. I marciapiedi di viale Monza sono molto larghi, le automobili disordinate lasciano ampio spazio per camminare e anche incrociare qualcuno senza minimamente modificare il proprio percorso rettilineo. La trattoria pugliese dove andavamo a volte a mangiare coi vecchi colleghi – la saracinesca quasi del tutto abbassata, del discorso delle persone che sostano fuori colgo solo “quando lavoravo in Pirelli”, poi sono già oltre e la musica delicata nelle cuffie copre ogni altra parola. Un bilocale in vendita a 220.000 euro, seguo la vetrina con lo sguardo ma non rallento e mi volto di nuovo avanti, mantenendo il passo. C’è la gelateria di cui mi hai mandato il link l’altro giorno, non so perché. Nella borsa ho la guida di Vivimilano ai locali dell’estate, centinaia di bar e ristoranti che forse faranno in tempo a chiudere tutti prima che ti ci porti. Dall’altro lato ci dev’essere quell’osteria radical chic di cui avevo letto ormai diversi anni fa, mai capito dove sia di preciso né se valga la pena scoprirlo. E qui è piazzale Loreto, il nero della notte che si riflette nelle vetrate, le insegne luminose di marchi che guardo senza memorizzare, l’orologio rosso indica le 22:59. Ventiquattro gradi centigradi.
Hauschka – Flingern [mp3]
Abort, Retry, Errors
Proprio quando cominciavo a pensare di essere diventato troppo vecchio per capire la Nuova Musica Gggiovane, la compilation mensile di Rockit mi lasciava indifferente, il nuovo Animal Collective “ok ma ora rimetto su un disco a caso dei R.E.M.”, quando già mi immaginavo tra 20 anni ad ascoltare ancora gli stessi dischi, ieri sera in apertura al concerto dei Mogwai arrivano quattro sbarbatelli scozzesi che sul palco del Rolling Stone (a proposito, sta per chiudere) mi fanno ritrovare l’entusiasmo. Gli Errors fondono l’attitudine danzereccia dei synth con una malinconia decisamente post-rock, e hanno un liveset potentissimo e magnetico, che mi ricorda per alcuni versi quello dei Fuck Buttons ma dove tutto è più chiaro, diretto, suonato.
Ah, come sempre Inkiostro ne aveva già parlato.
Ah, che quella cosa che attorno ai trent’anni viene voglia di ascoltare electro fosse vera?
Errors – Pump [mp3]
La mia personale next big thing

Mi capita spesso di finire per caso su un myspace, scorrere la pagina, ascoltare distrattamente un pezzo, chiudere il tab del browser e dimenticare assolutamente tutto. Molto raramente invece, vuoi per le potenzialità della musica, il nome azzeccato della band, una generale sobrietà rispetto agli standard del miospazio, quel nome finisce automaticamente salvato nel mio cervello sotto “gruppi da tenere d’occhio”. A dire il vero quest’anno credo mi sia successo una volta sola, con i torinesi Farmer Sea, e chissà quale fu il link benemerito. Persi per poco in veste di supporto ai Girls in Hawaii, è stato molto bello poterli finalmente incontrare per una cup of tea lo scorso maggio in una domenica uggiosa e perfettamente in sintonia con i loro riff pavementiani e malinconici. “Avete già suonato al Mattatoio?” – detto fatto ed ecco che (dopo il passaggio al Mi Ami, dove anche stavolta li perdo) si concretizza grazie ad Anais una data in quel di Carpi. Estate piena stavolta, mojito e chiacchiere nel vicolo di via Rodolfo Pio e su quel palco che palco non è, i Farmer Sea finalmente da valutare in formazione elettrica. I ragazzi si rivelano fra i gruppi della loro età che suonano meglio in Italia, due chitarre che sanno riempire lo spazio con riff piccoli ma perfettamente efficaci nel loro dialogo (solo nei Kech ricordo di aver sentito qualcosa del genere), lasciando la potenza al basso, centrale sul palco e alla batteria, storta quanto basta. Poi c’è la voce fragile e sottile, possibile punto di debolezza, ma potenzialmente anche di forza nel suo dichiararsi implicitamente strumento, mezzo e non messaggio. Poi le tastierine giocattolo, i cambi di strumenti, le drum machines usate con misura ed intelligenza, non si può non intuire il lavoro che c’è dietro a questi pezzi e a questo sound dove tutto si incastra alla perfezione. Niente instant-hype nella rete, tutto tempo guadagnato da spendere in sala prove, forse. Yuppie Flu, o anche Hogwash (ma più immediati) e Slumber (ma più complessi) nelle coordinate italiane da tracciare. Negli ultimi mesi i Farmer Sea hanno registrato un album, si chiama “Low Fidelity in Relationships” e nessuno l’ha ancora potuto ascoltare, in attesa di un’etichetta che lo stampi. Sarebbe un vero peccato se non lo si potesse fare a breve.
Spillette nell’oceano
Un concerto dei Fuck Buttons è come un mare in tempesta guardato da dietro un vetro, o da uno schermo talmente reale che sembra di sentire il vento che ti investe e l’acqua che ti bagna. La furia dell’oceano è un rumore di elettronica cortocircuitata, onde che si ripetono all’infinito, barche che arpeggiano sovrastate da scariche di tuoni, un marinaio che urla in un fisher-price. Non è un SOS, il cielo è cupo ma i due inglesi sul palco non sembrano preoccupati, quello a destra picchia un ritmo tribale su un tamburo, quello a sinistra dopo minuti di buio ha trovato un messaggio in una bottiglia, sono tre note di synth che scendono la, mi, do, un accordo minore in perfetta calligrafia post-rock nella tempesta, lo rilegge decine di volte, quasi si commuove: dice dolce amore per il pianeta terra.
(foto daxliar)
Fuck Buttons – Sweet Love for Planet Earth [mp3]
(sì, sono tornato dall’ATP, è stato molto bello, presto ne scriverò più estesamente qui)
Risotto agli Asparagi di Mezzago

La preparazione dettagliata l’ho trovata qui, ma io ho usato gli asparagi rosa di Mezzago e alla fine oltre al burro ho aggiunto anche la crescenza che era scaduta il giorno prima. Per il brodo ho fatto bollire un po’ d’acqua, aggiunto sale e buttato in pentola una carota, un gambo di sedano, mezza cipolla (tutto tagliato a pezzi) e una manciata di pomodorini. Lasciate il brodo a fuoco basso per 40 minuti mentre in padella cuocete gli asparagi con olio, cipolla e pancetta affumicata, una fetta spessa tagliata a cubetti. Attenzione ai gambi degli asparagi che ci mettono parecchio tempo a cuocere, a me sono rimasti un po’ crudi. Quando gli asparagi e il brodo sono quasi pronti, in una seconda pentola tostate il riso con olio e cipolla e aggiungete il brodo poco alla volta con un mestolo. Quando il riso comincia a cuocere versate in pentola anche gli asparagi con la pancetta e a cottura ultimata mantecate con burro e crescenza. Le quantità come sempre le ho fatte a occhio quindi non chiedetemele.
- difficoltà: media (infatti a me non è venuto benissimo)
- tempo di preparazione: ho perso il conto (un’oretta e mezza)
da assaporare con: Afterhours – Riprendere Berlino [mp3]