La morte si fa bella

Uno dei misteri irrisolti in tanti anni che frequento Torino è l’alto e costante numero di manifesti pubblicitari di pompe funebri. I diversi concorrenti cittadini si rincorrono da anni in una battaglia ravvicinata a colpi di cattivo gusto, talmente assurda da risultare perfino divertente. Che sia perché a Torino si muore più che altrove, come ci suggerisce un insider? Con una breve ricerca in rete non ho trovato risposte a questa domanda ma in compenso ho rinvenuto un vasto catalogo della regina incontrastata del settore, la Giubileo (1 – 2 – 3 – 4) e anche un’immagine di un notevole concorrente tedesco (qui).
La mia personale next big thing

Mi capita spesso di finire per caso su un myspace, scorrere la pagina, ascoltare distrattamente un pezzo, chiudere il tab del browser e dimenticare assolutamente tutto. Molto raramente invece, vuoi per le potenzialità della musica, il nome azzeccato della band, una generale sobrietà rispetto agli standard del miospazio, quel nome finisce automaticamente salvato nel mio cervello sotto “gruppi da tenere d’occhio”. A dire il vero quest’anno credo mi sia successo una volta sola, con i torinesi Farmer Sea, e chissà quale fu il link benemerito. Persi per poco in veste di supporto ai Girls in Hawaii, è stato molto bello poterli finalmente incontrare per una cup of tea lo scorso maggio in una domenica uggiosa e perfettamente in sintonia con i loro riff pavementiani e malinconici. “Avete già suonato al Mattatoio?” – detto fatto ed ecco che (dopo il passaggio al Mi Ami, dove anche stavolta li perdo) si concretizza grazie ad Anais una data in quel di Carpi. Estate piena stavolta, mojito e chiacchiere nel vicolo di via Rodolfo Pio e su quel palco che palco non è, i Farmer Sea finalmente da valutare in formazione elettrica. I ragazzi si rivelano fra i gruppi della loro età che suonano meglio in Italia, due chitarre che sanno riempire lo spazio con riff piccoli ma perfettamente efficaci nel loro dialogo (solo nei Kech ricordo di aver sentito qualcosa del genere), lasciando la potenza al basso, centrale sul palco e alla batteria, storta quanto basta. Poi c’è la voce fragile e sottile, possibile punto di debolezza, ma potenzialmente anche di forza nel suo dichiararsi implicitamente strumento, mezzo e non messaggio. Poi le tastierine giocattolo, i cambi di strumenti, le drum machines usate con misura ed intelligenza, non si può non intuire il lavoro che c’è dietro a questi pezzi e a questo sound dove tutto si incastra alla perfezione. Niente instant-hype nella rete, tutto tempo guadagnato da spendere in sala prove, forse. Yuppie Flu, o anche Hogwash (ma più immediati) e Slumber (ma più complessi) nelle coordinate italiane da tracciare. Negli ultimi mesi i Farmer Sea hanno registrato un album, si chiama “Low Fidelity in Relationships” e nessuno l’ha ancora potuto ascoltare, in attesa di un’etichetta che lo stampi. Sarebbe un vero peccato se non lo si potesse fare a breve.
poi magari non si incontra nessuno, ma non importa
via po è notevolissima la mattina presto, quando il sole si è appena alzato e la maggior parte dei torinesi non è ancora uscita di casa. semideserta nella luce dell’alba, via po è uno spettacolo di rara bellezza, soprattutto se il cielo è terso e i suoi edifici splendono gialli o bianchi, e la collina al di là del fiume profuma di foglie verdi, marroni o gialle. in via po si ha sempre la sensazione di poter incontrare qualcuno. poi magari non si incontra nessuno, ma non importa. quello che conta è la sensazione.
“torino è casa mia” è una piccola guida d’autore al capoluogo piemontese scritta da giuseppe culicchia. scritta talmente bene – con stile, ironia, affetto – che fin dalle prime pagine ti fa voglia, innanzitutto, di leggerla tutta d’un fiato; poi di andare a (ri)vedere di persona tutte le piazze e le vie e i bar e i locali dei quali nel libro si parla; poi quasi di andarci a vivere, così, sulla fiducia. culicchia ha capito, come già aveva ottimamente fatto aldo nove nel libro su milano della stessa collana, che una città è inutile spiegarla, si può solamente raccontarla. e, ovviamente, amarla.
quanto ai torinesi, basta seguire alcune regole non scritte, per la verità molto semplici. non siate spontanei, con loro. non capirebbero. non siate troppo aperti, e neppure troppo affettuosi. ai torinesi certe cose non piacciono. siate distaccati, piuttosto. non mostrate i vostri veri sentimenti. ricordatevi anche sempre, a torino, di non uscire mai dal vostro ambiente. a meno che naturalmente, arrivando a torino, non decidiate di fare un regalo alla città. mostrando ai suoi abitanti che si può vivere altrimenti.