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April 24th, 2009

Dal vostro inviato a Londra

Sono tornato a Londra per un weekend, dopo 4 anni dall’ultima visita, e mi è sembrato di essere sempre stato lì. Sarà che Londra è uno state of mind, che non vuol dire nulla ma suona bene. Nonostante internet e l’informazione globalizzata del terzo millennio, ci sono sempre un po’ di cose che ti sorprendono di cui ti accorgi solo quando sei sul posto. Ad esempio che sia i tabloid che i principali quotidiani britannici sono in stato di eccitazione per la commovente storia di Susan Boyle, oppure che Bat for Lashes – la tizia che apriva i concerti dei Radiohead lo scorso anno – da quelle parti è già una specie di celebrità e soprattutto è completamente fuori di testa, dice di aver parlato in sogno con un suo futuro figlio e di avere una fascinazione mistica per i cavalli manco fosse Giovanni Lindo Ferretti.

Inoltre sabato era il Record Store Day e ho fatto un salto da Rough Trade East, e non solo nel negozio ma in tutto l’isolato l’hipsterometro era alle stelle, roba da far sembrare il Fuorisalone un ritrovo di venditori porta a porta e il Mi Ami un festival del liscio. In mezzo a tutte queste fashion victims è stato così piuttosto facile riconoscere Valido. Non è vero perché se non l’avesse visto prima Vale io sarei probabilmente uscito senza neanche salutarlo. In ogni caso per darmi un tono e sentirmi più up-to-date il giorno dopo ho comprato un paio di scarpe eco-friendly di cui vantarmi con gli amici una volta tornato in Italia.

Arreso al fatto che ormai essere indie è tremendamente cool e che non basta più ascoltare 20 nuovi album al mese (cosa che comunque non ho più il tempo di fare) se non hai anche un guardaroba composto per metà di capi American Apparel e per l’altra metà di originali indumenti vintage, tra le nuove confortevoli minoranze culturali da frequentare pensavo di dedicarmi al circo contemporaneo – che poi era anche il motivo di questa mia visita a Londra.  Il collettivo gallese NoFit State mi ha regalato alla Roundhouse di Camden quella che qualcuno potrebbe definire un’esperienza spirituale. Forse traviato dalle pinte a meno di 4 euro per via del cambio favorevole, le due ore di spettacolo mi hanno letteralmente portato dalle lacrime alle più alte considerazioni filosofiche sul senso della (mia) vita. Ovviamente dopo essermi addormentato quella sera delirando sul valore dell’arte come necessità di espressione personale e sulla necessità della condivisione di tali obiettivi con altre persone per riuscire a costruire qualcosa, la mattina dopo mi sono svegliato con lo stesso inesistente spirito di iniziativa di sempre. O forse no.

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May 24th, 2007

milano-londra e ritorno

vogliamo non dire nulla su questi ennesimi poser fotocopia inglesi che scelgono come nome elle milano e intitolano un pezzo believe your own hype. always.? sulla pagina wikipedia ci sono frasi memorabili come formed by the indie fashion models Adam Doherty and James Iha oppure the engineering of ‘vomit inducing noise’ on guitar and keyboards. domani sera suonano al plastic e ormai non si capisce più se è il locale milanese che scimmiotta l’hype d’oltremanica o viceversa.

elle milano – believe your own hype. always. [mp3]

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December 8th, 2006

we think the same things at the same time

da sunday blood sunday a the saints are coming, quanti anni luce fanno per gli u2? una cover moscissima degli skids che neanche la presenza dei green day risolleva minimamente, un video stucchevole in cui i caccia militari sganciano aiuti umanitari su new orleans allagata, una campagna di solidarietà per i musicisti che hanno perso i loro strumenti nel disastro katrina. questo è lo stato della proposta politica di “papa del rock” bono, quello che voleva cancellare il debito del terzo mondo e si è ridotto a fare canzonette che più innocue non si può, riedizioni internazionali del trio ligajovapelù che già spopolò su mtv qualche anno fa. canale che si è guardato bene dal trasmettere invece un altro video, questo sì veramente politico, uscito ormai diversi mesi fa: il video realizzato per il secondo singolo estratto da the eraser di thom yorke. (per i più impazienti, il video è linkato in fondo a questo post)

il disco solista del cantante dei radiohead è stata per quanto mi riguarda una delle delusioni dell’anno, il divertissement di un genio – che genio rimane – ma nulla di più. poco però si è scritto del suo valore politico, evidente già dal bellissimo artwork di stanley donwood raffigurante gli edifici di londra sommersi da onde stilizzate. all’interno del disco c’è una canzone, harrodown hill, che lo stesso thom in un’interessante intervista all’observer definisce “the most angry song I’ve ever written in my life”. il riferimento del titolo è al luogo dove nel 2003 fu ritrovato morto david kelly, consulente del governo britannico per le armi di distruzione di massa in iraq. ma facciamo un passo indietro.

il 29 maggio 2003 il giornalista della bbc andrew gilligan durante una trasmissione radio sostiene di avere saputo da una fonte affidabile che il governo di tony blair avrebbe volutamente modificato (sexed up, nell’originale espressione inglese) un dossier dei servizi segreti sulla pericolosità delle armi di distruzione di massa irachene. alastair campbell, portavoce di blair direttamente tirato in causa dalla fonte di gilligan, ingaggia nei giorni seguenti un forte scontro con i vertici della bbc che rispondono difendendo il giornalista e l’affidabilità della fonte. david kelly preoccupato dal clamore della vicenda scrive ai suoi superiori ammettendo di aver incontrato gilligan, il ministero della difesa rende pubblico il suo nome ma la bbc non conferma che sia lui la fonte. seguono interrogazioni presso una commissione parlamentare di tutte le persone coinvolte. il 18 luglio, alle 9 della mattina, il corpo di david kelly viene rinvenuto in un bosco poco lontano da casa sua. a harrowdown hill.

il mese seguente si apre un’inchiesta ufficiale. la presiede lord hutton, anziano giudice nominato dallo stesso governo. l’inchiesta è un mirabile esempio di trasparenza, le trascrizioni degli interrogatori ma soprattutto ogni singolo documento vengono messi online quasi in tempo reale sul sito ufficiale appositamente realizzato. quell’estate evidentemente avevo ancora più tempo da buttare di ora perché ricordo di aver seguito quotidianamente gli sviluppi. a distanza di tre anni il sito è ancora lì e a portata di click trovate ad esempio: lo scontrino del bar dove gilligan intervistò kelly; gli appunti presi da gilligan sul palmare; le lettere scritte da campbell alla bbc; alcune mail private scritte e ricevute da kelly poche ore prima di morire.

dopo oltre sei mesi, il 28 gennaio 2004 lord hutton pubblica il risultato della sua inchiesta: 750 pagine che dicono che kelly si è suicidato, scagionano completamente il governo e il ministero della difesa, costringono alle dimissioni i vertici della bbc accusati di non aver seguito procedure editoriali corrette per le notizie trasmesse. sui giornali inglesi la parola più usata, anche a tutta pagina, è una sola: whitewash, colpo di spugna. jonathan freedland in un bell’articolo sul guardian ricorda altre inchieste terminate con generose assoluzioni, e fra esse c’è il widgery tribunal chiamato a fare luce sugli eventi proprio di quel bloody sunday irlandese cantato dagli u2. il cerchio di questo post è così finalmente chiuso. intanto, a distanza di 3 anni dalla sua morte, neanche il fatto che david kelly si sia veramente suicidato è stato del tutto chiarito e su internet c’è chi continua a indagare.

thom yorke – harrowdown hill [mov, 31mb] (via inkiostro)